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17 Ottobre 2025(mezzanotte di Gaza)
di Mimmo Sammartino.
Sognavo che mia madre era un ragno
E le confidavo uno strano sogno
Nel sogno io giocavo con poco
Tiravo sassi a un cielo rossofuoco
Colpivo una stella con la pietra
E quella allora per farmi dispetto
Precipitava con una pioggia tetra
Gocce e lapilli qui sopra il mio letto…
Diceva il sogno: mezzanotte scocca
L’ippogrifo s’è trasformato in mucca
E la carrozza è ormai tornata zucca
Ogni magia s’è sciolta nella bocca.
Mia madre intanto agita il setaccio
Separa ancora il riso dalla sabbia
Il suo dolore antico dalla rabbia
Disgiunge il cibo buono dalla terra.
Separa per togliersi d’impaccio
Ciò che per odio ottuso e per perfidia
Continuano tanti a chiamare guerra
Invece è solo un ordinario eccidio.
Da sei giorni dividiamo lenticchie
E all’alba si va a leccare la brina
Ma mio fratello non sarà mai vecchio
Nel suo sacro sepolcro in Palestina.
Ai salici appesero le cetre
Lungo il fiume seduti sulle pietre
Nemmeno si son guardati indietro.
Sono rimasti lì ad aspettare
“Ma come noi potremo mai cantare
Canti di Sion in terra straniera?”
Questi salmi intonavano gli avi
Le facce smunte e gli occhi di cera
Coi figli che varcavano i confini
Che mutano gli agnelli in assassini
In carnefici. Eredi degli schiavi
Fatti aguzzini per trenta denari.
Mio padre con la bocca impastata
Per un’ultima volta ha sputato
Contro le stelle l’estrema rivolta.
Così ha squarciato quell’ultimo velo
Ha bucato il giardino del cielo
E finalmente poi s’è addormentato.
“Siate salvi e felici”, ha sussurrato
Così in fondo a un silenzio se n’é andato
Scappando dal fragore e dal dolore
Fuggito con la mano sul suo cuore
Confuso in mezzo a troppe lingue.
Ha offerto alla mia sete il suo sangue.
Scie fiamme esplosioni e altri orrori
Tra rivoli di latrine ed umori
Finché la voce d’ogni rombo tacque
zittì pure il gorgoglio delle acque.
Quell’acqua di sorgente che non c’era
Miraggio sacro di chi da assetato
Sa che quell’acqua a lui resta straniera.
Quell’acqua che ormai ci manca da giorni
Insieme al pane che ci è negato
Dai draghi assai feroci dei dintorni
Guardiani degli inferni dei dannati
Col marchio e le stimmate del torto.
Il giorno in cui mio padre è morto
– ricordo – mio fratello fu contento
Di non trovarsi più solo nel vento
Nel dedalo nel quale s’è perduto
Ai margini di tempo e firmamento.
Avrebbe adesso avuto un nuovo aiuto
Nell’ombra in cui era stato sospinto
Per orientarsi dentro al labirinto.
Ma mia madre che fa a mezzanotte?
Mia madre, il ragno, non sa più dormire
Tesse la tela e annoda mura rotte.
E canta che dovrà pure finire
Lei canta e scuote forte il suo setaccio
Vorrebbe forse togliersi l’impaccio
Per l’ippogrifo diventato mucca
E la carrozza che è tornata zucca.
La stella è spenta
Mia madre canta:
“Macerie e un cane
Tra le rovine
Mio figlio ha fame
E le bambine
Son fatte spose
D’ogni soldato
Ambita preda
D’ogni soldato”.
Cantando stacca il riso dalla sabbia
Distingue il suo dolore dalla rabbia
Spartisce le lenticchie dalla terra
Le lingue di sudore da quel sangue
Dell’ora in cui più nulla si distingue.
Separa ciò che troppi con perfidia
Continuano a chiamare guerra
Ma mio padre col suo ultimo fiato
Con un diverso nome ha battezzato:
Se ammazzi anche i bambini è genocidio.
Anche stanotte il fuoco mangia l’acqua
E all’alba se non piove sulla strada
Con la lingua cercheremo la brina.
È mezzanotte a Gaza e tutto langue
Ci disseterà forse la rugiada
Succhieremo il piscio insieme al sangue.
A sopravvivere dovrò imparare
Al giorno. Cercherò di ricordare
I giochi che io facevo prima
Di leccare la guazza del mattino.
Non ho più sonno, è lunga mezzanotte
E resto stretto qui a rimuginare
Nella coperta che non può scaldare
Sogni di giochi che vorrei giocare
A piedi nudi o con le scarpe rotte.
Fantastico su come far svagare
I miei tre anni sotto le macerie
Di strazi, grida, rombi e altre miserie.
So bene che non fu solo la fame
Lo so che non fu solo la sete
Ad ammazzare il mio povero padre
– negli occhi gli hanno ficcato due pietre
A lui che era il re del mio reame.
È stato quando gli uomini armati
Con prepotenza e intenzioni ladre
Invasero i suoi campi coltivati
Per bruciargli gli ulivi e pure l’orto.
Soltanto allora mio padre è morto
È morto senza terra né fortuna
Lo sguardo triste fisso sulla luna.
Ho raccontato a mamma questo sogno
I sassi niente pane e lo spavento
tra fuochi grida cenere e quel ghigno
di un sonno che par già un morire lento.
Mia madre ragno senza mai guardare
tessendo la sua tela ha sussurrato:
“A mezzanotte si può anche sognare
ma il sogno che sarà e non è ancor nato.
Torneremo a piantare
gli ulivi
E altri orti
Ancora.
Qui. Adesso.
Vivi”.




