
Riconoscere la Palestina?
5 Agosto 2025
Fuggiaschi. I profughi del litorale austriaco 1915-1918
16 Agosto 2025di Roberto Visintin. Da “La rosa europea” (2003).
Nel luglio del 1942 Mussolini convoca a Gorizia i comandanti dell’esercito italiano di occupazione della Jugoslavia per concordare il “nuovo corso della strategia repressiva che punta a liquidare, attraverso l’applicazione della “inflessibile legge di Roma”, la resistenza slava e l’antifascismo italiano.
Il “furore repressivo del fascismo in sfacelo, frustrato dalla disgregazione dei suoi piani imperialistici nei Balcani e dal fallito tentativo di distruggere l’identità nazionale delle popolazioni slave della Venezia Giulia, perseguitate per oltre venti anni, toccò l’apice nel 1941/43. Le indiscriminate deportazioni di masse che riempirono rapidamente i “campi” di internamento furono, assieme alle spedizioni punitive nei villaggi sloveni e croati, con incendi e uccisioni di civili inermi, una delle misure “preventive” che avevano poco da invidiare ai metodi nazisti e che rientravano nel quadro del programma di sradicamento totale del popolo sloveno dalla sua terra.
Uno dei campi di internamento per sloveni era ubicato a Sdraussina (Poggio Terza Armata) in comune di Sagrado. Attraverso il campo di Sdraussina passarono oltre un migliaio di persone, comprese intere famiglie dei villaggi “rastrellati solo per misure di sicurezza” o perché ricadenti in zone di attività partigiana.
Sdraussina era un “lager” a metà, improvvisato nello stabilimento tessile le cui strutture erano simili a quelle di una prigione ma senza le indispensabili attrezzature e servizi. Era la prima “tappa” della lunga strada della deportazione: un campo con condizioni di vita dure; uomini, donne, vecchi e bambini in internamento promiscuo, con scarsa alimentazione.
L’unico aiuto era l’umanità del custode Angelo Boschin, uno dei pochi dipendenti dello stabilimento tessile rimasti sul posto. Angelo Boschin “portava qualcosa di suo ai prigionieri affamati, un po’ di pane e salame, ed inoltre recapitava lettere e biglietti e pacchetti di viveri, sfidando I divieti”.
Il campo di Sdraussina rimase tale anche dopo 25 luglio 1943. Il governo di Badoglio ed il Re non consideravano opportuno cambiare l’atteggiamento nei confronti degli ebrei, degli “irredentisti e allogeni della Venezia Giulia e dei territori occupati”; difatti la guerra continuava assieme all’alleato nazista e non si voleva fare a meno di uno stato autoritario. Solo dopo l’otto settembre, a seguito della dissoluzione dei reparti di sorveglianza gli internati poterono uscire dal campo di Sdraussina che fu per gli sloveni una delle “tappe” dolorose percorse sulla via della libertà.
Sogno
Poesia di Ljuba Šorli (Tolmino, 19 febbraio 1910 – Gorizia, 30 aprile 1993)
E’ stata poetessa, scrittrice e insegnante. Vedova di Lojze Bratuž, martire del fascismo. Internata nel Campo di Sdraussina.
Verso la riva dell’Isonzo mi affretto stanca
questa notte –
il suo triste canto inonda
la mia anima.
E come nei giorni lontani il mio adorato
viene a me
e come allora mi abbraccia
d’amore sincero.
Come si sta là dove non ci sono lacrime né dolore
mi racconta
e un mondo nuovo, come favola
mi appare.
Fiduciosa a lui mi appoggio
allora
e del mio dolore gli confido
nel freddo della notte
Ascolta e a sé mi stringe
ancor più forte
a proteggermi dalla tempesta che
nel mondo infuria.
Ma la notte da me lo porta via…
Dov’è andato?
Là fra i cipressi, dov’è la tomba silenziosa,
là se n’è andato.
Lo seguo con gli occhi… Tristemente geme
dalle tenebre.
Ma nel mio cuore limpido, bello è rimasto
il suo ricordo.
Traduzione del testo e della poesia a cura di Aleksandra Devetak, nell’ambito del progetto “Di acque e di boschi. Storie e memorie del territorio di Sdraussina”.
Sull’argomento:
C.S. Capogreco, “I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943)”, Einaudi, Torino 2004, p. 267
G. Fogar, “Il campo di Sdraussina (Poggio III Armata – prov. di Gorizia)”, dattiloscritto inedito, datato 8 agosto 1974, conservato presso l’IRSREC FVG.
L’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre
di Roberto Visintin. Da “La rosa europea” (2003).
L’emigrazione degli italiani in Francia era un fenomeno di vecchia data, e già nel 1894 c’erano stati dei problemi e dei moti violenti contro gli immigrati italiani.
All’inizio del XX secolo, le autorità d’oltralpe autorizzano l’immigrazione perché i francesi non vogliono lavorare nelle nuove miniere di ferro della Lorena che però sono indispensabili per l’industrializzazione francese. Si trattava di un lavoro molto pericoloso anche perché il governo Francese non era interessato alle sorti di questi immigranti (5 incidenti mortali ogni 1000 minatori all’anno).
Nel 1927 ci sono quasi un milione di italiani in Francia. Sono stati chiamati lì non solo per svolgere le mansioni che i francesi non volevano più fare ma anche a ripianare il vuoto lasciato dai massacri della prima guerra mondiale. Per la maggior parte si tratta di persone che vivevano nelle regioni del nord e del centro Italia. Questa emigrazione perciò è diversa da quella dell’anteguerra o da quella che seguirà alla seconda Guerra Mondiale; non si tratta di immigrati “fai da te” ma di un movimento consistente che viene organizzato dall’alto anche con l’aiuto del governo italiano, allo scopo di rimpinguare le fila della popolazione e di riavviare la macchina economica inceppata dalla guerra. Non è un caso che le persone scelte per questo fine provenissero da paesi che erano contemporaneamente di fede cattolica, e piuttosto poveri come l’Italia e la Polonia. Gli immigranti avevano bisogno di tre cose per lavorare in Francia: permesso di soggiorno, passaporto e di un biglietto del treno che permettesse loro di raggiungere le zone in cui le autorità francesi volevano che si stabilissero; tutte cose che venivano fornite ai futuri immigranti, prima della partenza, da una ben attrezzata rete di assistenza che comprendeva sindacati e giornali. La scelta del luogo di residenza (e quindi del lavoro) per la maggior parte degli immigranti, infatti, non era libera ma decisa a priori dal governo francese che così aveva la possibilità di indirizzare la manodopera dove se ne aveva bisogno: come mezzadri nel sud, come minatori nella Lorena, nella cantieristica a Marsiglia e in genere nell’edilizia nelle grandi città. La forte attrazione della cultura francese, assieme al rischio continuo di espulsione, fecero si che una delle priorità per gli immigranti fosse la naturalizzazione. L’assimilazione di un milione di stranieri in una generazione è un fenomeno eccezionale che però, nel caso degli italiani in Francia, si è verificato.

Propensione per il crimine e scarsa voglia di lavorare sono due delle caratteristiche che l’immaginazione popolare ha sempre associato, a torto o a ragione, agli immigranti. Per gli Italiani in Francia sappiamo che ciò non era vero; indagini statistiche hanno permesso di scoprire che non solo rendimento sul posto di lavoro degli italiani era ben più alto di quello dei francesi ma che la criminalità tra gli italiani era molto più bassa di quella tra i francesi: purtroppo non sembra che i francesi avessero interesse per una analisi obbiettiva della situazione.
Dopo l’avvento del fascismo, si aggiunsero al fiume di immigrati anche un numero sempre più consistente di oppositori politici e di perseguitati che vedevano nell’emigrazione l’unica via di fuga dalle persecuzioni fasciste. In questo caso, integrazione non era lo scopo principale di questi immigrati che comunque costituivano una componente numerica assai ridotta ed in ogni caso ben vista dal governo francese dell’epoca. La volontà di integrarsi degli italiani venne anche dimostrata della massiccia partecipazione alla resistenza in occasione dell’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale.




